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Soldati italiani ostaggi a Nassiriya

Stefano Chiarini, il manifesto

28 febbraio 2004 - Tragedia sfiorata per un pelo nel piccolo centro iracheno di Rifai dove un gruppo di militari italiani, intervenuto per disarmare alcuni sciiti armati che scortavano una processione per la Ashura, la commemorazione dell'uccisione di Hussein, sarebbe stato circondato e praticamente sequestrato dalla popolazione locale che avrebbe distrutto anche alcuni automezzi della Brigata Ariete. A Rifai, nel centro della Mesopotamia, lungo la strada che da Nasseriya porta a Kut, non si parla d'altro. «Ciao italiano siete venuti per scusarvi?» ci dice sorridendo lo sdentato proprietario di un posto di ristoro a sud della città. «Veramente volevamo solo dell'acqua minerale...» gli rispondiamo incuriositi. L'anziano iracheno comincia così a raccontare quel che sarebbe successo la sera del 24 febbraio, in quel villaggio lungo il fiume-canale Gharraf che unisce il Tigri all'Eufrate. Nel racconto del barista mesopotamico, confermato con ampi gesti del capo da notabili e avventori del locale, un gruppo di circa 400 pellegrini stava camminando con le sue bandiere verdi, rosse, e nere nei pressi del villaggio, accompagnato da alcuni uomini armati fedeli ad un imam locale «per proteggere i credenti dai terroristi» - ci dicono, evidentemente soddisfatti di usare la stessa scusa di Bush - quando, forse chiamati da «qualcuno malvagio» che «vi avrebbe ingannato», sarebbero arrivati alcuni blindati italiani con una trentina di soldati che avrebbero cominciato a disarmare i presenti.

A questo punto la situazione sarebbe precipitata. È scoppiato un vero e proprio tumulto nel corso del quale sono stati danneggiati due mezzi italiani e alcuni militari sono rimasti isolati in una casupola, praticamente ostaggio della folla e delle milizie fedeli all'imam. Sull'appartenenza politica degli armati gli abitanti di Rifai sono molto vaghi, ma potrebbe trattarsi o di membri del Consiglio supremo della rivoluzione islamica in Iraq, assai vicino all'Iran, con oltre 10.000 uomini inquadrati nella Badr Brigate, o di militanti del partito al Dawa, la piu antica organizzazione islamista del paese o dell'organizzazione del giovane radicale Muqtada al Sadr. All'ingresso del paese vediamo al posto del ritratto di Saddam Hussein una figura ieratica con gli occhi rivolti al cielo, si tratta dell'ayatollah Mohammed Baqir al Sadr, il fondatore dell'islam politico sciita moderno e maestro anche dell'ayatollah Khomeiny, ucciso dal regime di Saddam Hussein nel 1980 all'inizio della guerra con l'Iran. L'episodio di Rifai va anche inquadrato nell'arrivo di centinaia di migliaia di pellegrini iraniani che varcano in questi giorni il confine per andare a rivivere il martirio di Hussein a Kerbala nei luoghi dove ebbe luogo oltre 1300 anni fa. In generale i pellegrini sono accompagnati da uomini armati dei movimenti islamisti che, sciolto l'esercito iracheno per volontà di Paul Bremer controllano ormai il sud del paese.

Un altro anziano racconta che, per fortuna, i soldati italiani non hanno aperto il fuoco, e neppure lo hanno fatto i miliziani presenti. Questo avrebbe dato il tempo all'imam e ad alcuni notabili, di avviare un negoziato che salvasse la faccia e soprattutto la vita, di tutti. Impresa non facile, tanto che i nostri soldati sarebbero rimasti praticamente sequestrati per alcune ore. Sempre sul filo della tragedia. Poi tutto si sarebbe risolto per il meglio. In ogni caso si tratta di un episodio che costituisce un'ulteriore prova del ginepraio nel quale il nostro governo ha messo i nostri miliari in Iraq. Basti pensare che in un caso simile, sempre nel sud, nei pressi di Basra, alcuni mesi fa persero la vita diversi soldati di sua maestà britannica.

Al risentimento della popolazione per una presenza straniera non gradita e alla determinazione dei movimenti islamisti di avere, in cambio di una diminuzione degli attacchi alle forze di occupazione, il controllo della zona, si somma l'orgoglio di genti, di clan, che per secoli, hanno costituito la spina nel fianco di ogni amministrazione centrale dell'Iraq. In particolare degli ottomani prima e degli inglesi poi, fermati qui durante la prima guerra mondiale, nella loro avanzata verso Kut e di nuovo piu volte sconfitti durante la rivoluzione del 1920 contro l'istituzione del mandato. Al comando italiano nella base di White Horse, nei pressi della ex base aerea irachena di Tallil, sostengono, questa è la versione dell'addetto stampa capitano Cucinotta, che i soldati italiani sarebbero intervenuti per trarre d'impaccio alcuni uomini della nuova polizia irachena trovatisi a mal partito per aver voluto disarmare gli uomini di un imam locale.

Il comandante delle truppe italiane, il generale Chiarini, pur ridimensionando l'accaduto sottolinea che la situazione avrebbe potuto precipitare e che si è risolta solo «grazie ai nervi saldi dei nostri soldati e alla bravura dei comandanti che sanno quando è il caso di usare le armi, e lo sanno fare molto bene, e quando invece, per la presenza della popolazione civile, occorra seguire altre strade». La presenza italiana a Nasseriya si muove su due binari paralleli: da una parte ci sono i carabinieri dell' Msu, colpiti dall'attentato alla palazzina degli alloggiamenti nei pressi della città con diciassette vittime («quello che brucia di più, oltre al ricordo, è che a più riprese, nei due mesi che precedettero la tragedia, i locali avevano avvertito "attenti c'è qualcosa di grosso contro di voi"», ci dice quasi con le lacrime agli occhi un militare italiano) con compiti prettamente di anti-guerriglia, dall'altra i militari dell'esercito, accampati nel deserto, con una presenza legata più alla stabilizzazione della situazione in mancanza dell'esercito iracheno.

Esercito che in realtà è stato sciolto dagli Usa: così oltre 400.000 soldati e ufficiali che nella stragrande maggioranza non avevano difeso il regime e si erano arresi agli occupanti sono stati premiati con la perdita del loro salario e della loro pensione. In un paese che ha combattutto per 20 anni, con i migliori soldati e ufficiali del medioriente, le forze alleate sono alla ricerca di giovani disoccupati, senza alcuna preparazione, da arruolare nelle varie milizie poste a difesa delle multinazionali e degli appaltatori. Lo stesso dicasi per la nuova polizia che, a parere di un poliziotto di Baghdad, è «composta o da ragazzini col grilletto facile o da mafiosi». Le forze di polizia si comportano così spesso come un'altra delle bande del paese dedicandosi anche alle tradizionali faide. Ed è quanto si dice a Nasseriya dove un prigioniero sarebbe stato ucciso da un poliziotto che lo sospettava di aver ucciso un suo commilitone.

Tipico dell'uso della malavita da parte delle forze Usa di occupazione è il caso del boss di Baghdad vecchia, soprannominato Sindibad, che dopo aver saccheggiato milioni di dollari alla banca centrale, ora girerebbe con un lasciapassare del viceré Usa Paul Bremer. In realtà, mentre i nostri soldati rischiano la vita e i comandanti cercano di rimettere in moto l'economia locale acquistando il necessario in loco, a Nasseriya i rapporti all'interno della coalizione non sono certo idillici.

I volenterosi ascari dei paesi dell'est si lamentano che i muri anti-bomba in realtà abbondino a Baghdad e attorno alle basi Usa ma non nel centro sud del paese mentre gli stessi americani non perdono occasione per criticare, a difesa dei loro muri, i mega cubi di rete metallica riempiti di sassi e sabbia - «si sciolgono se incendiati come neve al sole» ci dice un americano a Nasseriya - posti a sbarrare l'ingresso alle basi, solamente perché costruiti da una ditta italiana e non, come avrebbero voluto, da una società del loro uomo nuovo a Baghdad, il bancarottiere Ahmed Chalabi, al quale è stato dato l'appalto per ricostruire le basi e fornire gli equipaggiamenti alle nuove forze di sicurezza irachene.

In questo quadro, nel quale i nostri soldati parlano di «calma apparente» - «ci lasciano tranquilli perché stanno studiando come colpirci meglio», sostiene un militare italiano - i messaggi tranquillizanti del neogovernatore italiano di Nasseriya, Barbara Contini, hanno lasciato tutti esterefatti.

«Speriamo che ve ne andrete presto dal momento che tutti gli iracheni rifiutano l'occupazione», ci dice un esponente del Consiglio supremo della rivoluzione islamica in Iraq, Sayyed Ali, nella sede del partito a qualche centinaio di metri dal fortino della Cpa. «Noi siamo un paese civile che vuole mantenere la sua indipendenza e la sua unità». Uno dei leader del Dawa party, Latif al Hashemi, aggiunge: «Dovete prendere coscienza che qui abbiamo bisogno di tutto tranne che di soldati stranieri per quanto bene possano comportarsi».

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/28-Febbraio-20
04/art73.html



:: Article nr. 1306 sent on 01-mar-2004 02:38 ECT

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